Un nuovo modo di vivere il lavoro: dalla Great Resignation al Quiet Quitting

Dalla Great Resignation al Quiet Quitting

Il mondo del lavoro non è più lo stesso, a causa della pandemia e non solo. È in atto un cambiamento evidente a cui ogni azienda deve adattarsi il più velocemente possibile per trattenere e attrarre talenti. Tra le numerose ricerche e studi su questo tema, il dato più significativo e che fa riflettere viene dallo studio McKinsey nel quale si rileva che il 40% dei lavoratori a livello mondiale è intenzionato a cambiare lavoro nei prossimi mesi.

In questo articolo proveremo a ripercorrere la più recente evoluzione del mercato del lavoro nel mondo e in Italia. E scopriremo insieme le tendenze in atto, come la Great Resignation e il Quiet Quitting che ci accompagneranno probabilmente per tutto il prossimo anno.

Da cosa deriva il boom di dimissioni?

Oggi assistiamo alla Great Resignation, detta in Italiano un ‘’Boom di dimissioni’’.
Un fenomeno che a dispetto di quanto si possa pensare, non dipende solo dalle dimissioni post Covid-19 e dall’intensificazione del remote working, ma che era già presente nel 2009 a ridosso della grande crisi del 2007-2008.

Nonostante questo è doveroso notare come il picco più recente di dimissioni, a cui tutte le testate fanno riferimento, ha preso sicuramente le mosse negli Stati Uniti a inizio 2021, durante la pandemia, e si è poi diffuso velocemente in Italia e in tutta Europa. L’Osservatorio sul precariato dell’Inps riporta infatti che, nel nostro Paese, le dimissioni dei primi sei mesi del 2022, sono state oltre 3,3 milioni di cui circa un milione erano volontarie. Un aumento del 36% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Le dimissioni volontarie interessano la maggior parte delle aziende, dalle più svariate posizioni e aree lavorative. In particolare i settori dell’informatica, del digitale, del marketing e delle vendite sono quelli più “colpiti”.

Ma cosa spinge di più le persone a licenziarsi?

  • ricerca di condizioni economiche più soddisfacenti
  • trovare un migliore equilibrio fra vita privata e lavoro
  • necessità di lavorare in una realtà più flessibile
  • volontà di avere anche incarichi più mirati e soddisfacenti

In più, dai dati pubblicati qualche tempo fa da Aidp, l’Associazione Italiana Direzione Personale, emerge anche un altro aspetto significativo: a scegliere di cambiare lavoro sono soprattutto i dipendenti fra i 26 e i 35 anni (il 70% del campione analizzato) e perlopiù impiegati in aziende del Nord Italia.

Numeri indicativi che stanno a significare un cambiamento nel modo di guardare al lavoro, non più solo come fonte di guadagno e stabilità ma anche e, soprattutto, come strumento che deve necessariamente integrarsi nel meccanismo di una vita socialmente attiva ed equilibrata. Sicuramente la pandemia ha influito su questi cambiamenti di mentalità. Smart working e work-life balance si sono rilevati fattori per i quali un lavoratore non può più (o quasi) fare a meno e la voglia di tornare indietro potrebbe non esserci più.

Cos’è il Quiet Quitting?

Altro fenomeno sempre più diffuso nel mondo del lavoro: il Quiet Quitting concetto diventato di tendenza anche sui social durante l’estate (il suo hashtag ha spopolato in primis su TikTok raggiungendo oltre 9 milioni di visualizzazioni), generando migliaia di discussioni e interazioni.

Ma cosa sta a significare esattamente il Quiet Quitting?
La traduzione letterale è quella di ‘’abbandono silenzioso’’, ma il significato è molto più ampio. Con Quiet Quitting si fa riferimento al bisogno sempre più diffuso da parte dei dipendenti di scegliere di “fare il minimo indispensabile”, pur rispettando in pieno le proprie mansioni e il proprio orario di lavoro. Un cambio di routine dovuto ad alcuni dati decisamente significativi. Il report “State of the global workplace 2022” di Gallup evidenzia a riguardo un enorme grado di insoddisfazione dei lavoratori che si sentono poco coinvolti (engaged) nella cultura aziendale (solo il 21%) e poco appagati dalle proprie mansioni (in termini di well-being).

Zaid Khan, ingegnere ventenne che abita a New York, nel video diventato virale su Tik Tok, dà una chiara definizione di Quiet Quitting: smettere di identificare un lavoratore con la sua produttività. Le sue parole a riguardo sono state:

“Si continua a svolgere i propri compiti, ma non si aderisce più alla cultura della competizione verso se stessi e gli altri, secondo la quale il lavoro deve essere la nostra vita”. Ed infine: “Il tuo valore come persona non è definito dal tuo lavoro”.

Un messaggio che non vuole definire il lavoro come aspetto secondario o di minor importanza, ma che cerca di individuare un punto di separazione tra la vita professionale e quella personale.

A confermare un ruolo decisivo anche da parte delle aziende rispetto al nuovo stato d’animo dei lavoratori è il Report “State of the global workplace 2022” di Gallup che mostra come in Europa:

  • solo il 14% dei dipendenti risulta sentirsi davvero coinvolto nel proprio lavoro
  • solo il 21% degli intervistati si sente ingaggiato
  • solo il 33% si sente appagato (in termini di well-being)

Conseguenza di questa situazione è la nascita di un atteggiamento che parte anche dalla volontà di non cedere ai sensi di colpa e/o al “ricatto morale” più o meno esplicito in un certo tipo di ambienti per cui se non si fa sempre di più di quello richiesto viene minimizzato il potenziale valore del lavoratore.

Un cambio ‘’epocale’’ che influisce su diverse abitudini come: niente più straordinari, no alla reperibilità e, in generale, una minore disponibilità ad aderire alla vita e ai valori aziendali.

In controtendenza: nuove assunzioni

In netta controtendenza a quanto detto finora, i dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps riportano anche un altro aspetto. Se le dimissioni sono in netto rialzo, anche le nuove assunzioni sono in aumento, con un più +26% nel semestre sul 2021.

Lo certifica l’Osservatorio dell’Inps sul precariato: “nel primo semestre 2022 i flussi nel mercato del lavoro (assunzioni, trasformazioni, cessazioni) hanno completato la ripresa dei livelli pre-pandemici, compromessi nel biennio 2020-2021 dall’emergenza sanitaria con le connesse chiusure e restrizioni, segnalando anzi incrementi rispetto al 2018-2019 sia nelle assunzioni e nelle trasformazioni come pure nelle cessazioni”.
Tra licenziamenti e assunzioni il saldo risulta essere positivo, a vantaggio dei secondi per 946 mila contratti. Se si considera infatti che nei primi 6 mesi dell’anno i lavoratori privati hanno fatto 4.269.179 assunzioni e 3.322.373 cessazioni di contratto di lavoro.

Il picco di assunzioni sembra determinato da:

  • maggiore spazio ai giovani lavoratori
  • necessità di riorganizzare o ampliare aree aziendali
  • ricambio naturale del personale

Queste, insieme agli interventi politici volti a facilitare e promuovere l’occupazione, sono le determinanti che trainano la crescita di assunzioni e di nuove possibilità di lavoro. Una crescita che riguarda sia i contratti a tempo indeterminato (+36%), sia quelli Part Time. Sempre nel report Inps si legge infatti che “l’aumento di assunzioni ha interessato tutte le tipologie contrattuali, risultando accentuata sia per i contratti a tempo indeterminato (+36%), sia per le diverse tipologie di contratti a termine (intermittenti +40%, apprendistato +27%, tempo determinato +24%, stagionali +22%, somministrati +17%). Con una crescita del part time verticale (+22%) mentre risulta in flessione il part time misto (-2%) per le diverse tipologie di contratti a termine.”

Ci sono altri argomenti che ti piacerebbe approfondire? Scrivici a info@adhocminds.com.

10/26/2022

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